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Nella sua volontà, la nostra pace

Foto di The New York Public Library su Unsplash
Foto di The New York Public Library su Unsplash

20 giugno 2026

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 14,23-26 (Lezionario di Bose)

Venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre, Gesù disse ai suoi discepoli: 23«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».


Gesù sta per affrontare la sua passione, che per tre volte ha annunciato ai discepoli senza che essi potessero comprendere e si rivolge ad una comunità smarrita che lo sta seguendo senza capire ciò che accade, smarrita nella rivelazione della sua passione morte e resurrezione e del suo ritorno al Padre.

Sono parole di consolazione precedute e seguite da una esortazione che rivela l’estrema compassione e comprensione che il Signore ha per noi: “Non sia turbato il vostro cuore abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Egli conosce lo smarrimento dei discepoli, la fatica nel credere, la tentazione di cedere alle proprie fragilità e debolezze, alle paure che abitano il loro cuore.

Noi non siamo molto diversi da quei discepoli, persi in un mondo privato di certezze, di pace e fiducia nell’umano. Conoscendo il nostro cuore, il Signore ci indica una via. Egli stesso, la sua vita nella compagnia e nel servizio degli uomini e delle donne è la via. Egli è la pace quella vera, egli è la gioia che nessuno può toglierci. La sua non è la pace imposta e dettata dalla violenza della guerra e dall’arroganza dei potenti di questo mondo, il Signore stesso ci dice che essi dominano e opprimono i popoli (cf. Mc 10,42), l’unica opera che compiono è trasformare la terra in tanti deserti che chiamano “pace”.

La via per resistere a questa barbarie dilagante è nella conoscenza, nell’amore e nell’ascolto della sua Parola, queste tre azioni si traducono in una prassi concreta: il comandamento nuovo dell’amore che altro non è che la volontà di comunione del Padre con tutte le creature, con tutti gli uomini e le donne.

Per essere suoi discepoli, per amare e osservare la sua Parola dobbiamo farci strumento della volontà del Padre, come il Signore Gesù stesso ha fatto in tutta la sua vita. Volontà di una giustizia che superi la giustizia degli uomini, anche quella dei cosiddetti uomini religiosi (che sono sempre gli stessi ieri come oggi), una giustizia capace sempre di misericordia, una giustizia che sia cammino verso un perdono possibile, come sovente ci ha mostrato con la sua vita più che con i discorsi papa Francesco. Ma la volontà del Padre è concretamente anche volontà di dignità, di libertà, di vita, di gioia e di amore per tutti gli esseri umani su questa terra. Doni dello Spirito santo che solo può condurci alla pace e alla giustizia perché ci ricorda le parole del Signore Gesù.

Noi osserviamo la sua Parola solo quando come Francesco d’Assisi sappiamo riconoscere il suo volto nel povero, nell’ultimo di questa terra, nei volti dei bambini costretti a vivere nei campi profughi, che giocano alla guerra perché solo quella conoscono, nel cui sguardo c’è la morte, e non il desiderio di scoprire la vita che si apre a loro giorno dopo giorno; nei volti dei giovani costretti a fuggire dalla loro terra, dal loro mondo, costretti a viveri da stranieri indesiderati, invece di inseguire i loro sogni di vita, di amore, di bellezza, di arte, di quella poesia che può essere la giovinezza per ogni essere umano; nei volti delle donne private del loro umano diritto di esistere, di poter essere semplicemente figlie, sorelle, mogli, madri, di poter essere cura per ogni umano loro affidato; nei volti dei vecchi che hanno perso ogni lacrima per piangere, costretti a lasciare tutto quello che hanno costruito nel tempo. 

Il Signore non ci chiede di adorare, ma di aderire alla sua Parola, custodendo e difendendo la dignità e l’umanità nostra e dei nostri fratelli soprattutto, degli ultimi, dei disprezzati e dimenticati da tutti e questo anche a costo di rinunciare ai nostri privilegi, di prendere con forza le distanze da un potere politico che disconosce la dignità e l’umanità dei più poveri. Essere discepoli del Signore, essere dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, non è un atto devozionale o una ricerca puramente spirituale, è prima di ogni altra cosa una consapevolezza umana e politica nel più alto senso del termine.

Alla fine della nostra vita non ci sarà chiesto quante adorazioni o messe avremo celebrato, ma “dov’è tuo fratello?”. La nostra comunione di pace e di gioia con il Signore sarà vera quando sarà possibile per tutti gli esseri umani nostri fratelli e sorelle, e non solo per un pugno di ricchi, che si ritengono giusti, privilegiati e benestanti.

 fratel Nimal