Lasciarsi ritrovare

Foto di Chris Caines su Unsplash
Foto di Chris Caines su Unsplash

30 maggio 2026

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 15,4-10 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei e agli scribi: 4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. 8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto». 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».


C’è un Dio che conta. Conta non per calcolare, ma per amare. Uno, due, tre… novantanove. E poi il vuoto: una manca. È un’assenza che pesa sul cuore prima ancora che sull’ovile. Il pastore buono non si rassegna al bilancio, non dice: Quelle che mi restano sono abbastanza.

La matematica di Dio non accetta perdite: se uno si smarrisce, tutto si smarrisce. E allora eccolo uscire, mentre il giorno declina e l’aria graffia, scavalcando pietre, bussando ai rovi, chiedendo al vento se l’ha vista passare, quella pecora errante.

Il pastore va “finché non la ritrova”. Finché. Non prima, non dopo: finché. È il tempo ostinato della misericordia, il tempo che non conosce fretta quando ama, né stanchezza quando cerca.

E quando la trova, non la rimprovera, non le dice che aveva torto, non la lega più stretta — ma la solleva. Sulle spalle, come un tesoro restituito, come un figlio che torna senza sapere come. E il peso della pecora diventa la gioia del pastore. La ferita dell’animale diventa la carezza del ritorno.

Tanto grande è la festa, che il pastore non la tiene per sé: chiama gli amici, chiama i vicini. Come se la felicità avesse bisogno di eco per compiersi.

E poi c’è una donna, in una casa forse piccola, in un mattino forse uguale a tanti altri. Ha dieci monete: piccole, rotonde, d’argento. Una scompare, non rubata, solo… perduta. Basta questo per accendere la lampada, per spazzare ogni angolo, per piegarsi, cercare, esplorare.

È un altro volto del Dio che cerca: quello domestico, quello paziente, quello che rovista nelle nostre ombre come in un solaio dimenticato. E quando la ritrova, non è una moneta, non è metallo. È come ritrovare un frammento del proprio cuore.

E allora, di nuovo, la festa: “Rallegratevi con me!”. La gioia non ha senso se non diventa comunione. Così è il Regno: grida festa per un solo peccatore che torna, si illumina per un solo fragile passo verso casa.

Forse anche noi siamo quella pecora: andata un po’ oltre, distratta, ferita. E non sapevamo che dietro di noi camminava un Pastore che non si rassegna alla nostra lontananza.

Forse siamo quella moneta: caduta tra le fessure della nostra storia, sotto la polvere dei giorni uguali, nascosta perfino alla vista di chi ci vuole bene. E Dio — come una donna che si china — ci cerca nei luoghi dove non guardiamo più.

Essere ritrovati da Dio è scoprire che la nostra perdita non è la sua sconfitta, che nessun errore pesa quanto il suo amore, che la nostra notte è già illuminata da una lampada che non si spegne.

Allora lasciamoci ritrovare. Non c’è rimprovero, non c’è contabilità dei fallimenti: solo un abbraccio sulle spalle, solo una festa accesa per noi nel cielo e sulla terra. Perché ogni volta che torniamo, Dio ripete la sua parola più bella: “Ero in pensiero per te”. 

un fratello di Bose


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